The Harmony of Opposites
I try to live in my time, to listen, to provoke, to stimulate, to interact through a pictorial language of strong chromatic and gestural contrasts which overflows with material; a living material which moves the onlooker to participate in the work itself through their own interpretation and reaction; to have the desire to touch it, love it, feel it and to regard it as being THE OTHER which invites the realisation, as I have noticed, that these days “CONTACT” occurs in a manner more virtual than real.
The other IS outside/within/between/for us; it is that multitude of individuals and colours which we are asked daily to relate to and where, through a process of personal introspection, we can see as enrichment rather than contrast.
All of this can be visualized with a language, which is immediate, simple and universal and which guides and accompanies us daily: COLOUR
L’Armonia degli Opposti.
Cerco di vivere il mio tempo, di ascoltare, provocare, stimolare, interagire attraverso un linguaggio pittorico fatto di forti contrasti cromatico/gestuali e di materia tracimante; una materia viva che porti lo spettatore a partecipare all’ opera stessa attraverso la sua interpretazione/reazione; ad avere il desiderio di sfiorarla, amarla, sentirla; a considerarla come fosse L’ALTRO che ci invita a realizzare quel “CONTATTO” che altrimenti oggi, a mio avviso, avviene in maniera più virtuale che reale.
L’Altro E’ oltre/dentro/tra/per Noi; è quella moltitudine di individui/colori che quotidianamente chiede di relazionarsi e che attraverso un processo introspettivo personale potremmo vedere come arricchimento anziché contrasto.
Tutto questo può essere visualizzato con un linguaggio immediato, semplice, universale che ci guida e ci accompagna nel quotidiano: il COLORE.
Giuseppe Basili
Nel colore la vita
Nella concezione di Giuseppe Basili, ma soprattutto nella sua sensibilità d’artista, il colore è di per sé immagine; per questo dal suo alfabeto egli ha cancellato l’immagine tradizionale, cioè la figura, lasciando che il colore supplisca ad essa non per una ma per una moltitudine di “presenze”; esso esprime la pluralità, sia in termini quantitativi che di diversità, diventando così strumento d’una espressività estesa, in certo senso ecumenica: un esperanto che giunge a ciascuno. Ed è questa l’idea che Basili ha dell’arte stessa: un medium che trascende i singoli linguaggi e si offre come “evento comunicativo” per un’emozione diretta e universale.
A questa sintesi Basili è arrivato partendo dall’osservazione-rappresentazione insistita del paesaggio, considerando che di esso il colore non è altro che un’immagine trasposta, interpretabile in senso globale: contemporaneamente luogo e dimora, corpo ed anima del visibile. Oltre il tempo e oltre ogni configurazione geografica, il paesaggio attraverso i suoi colori, è in grado di rappresentare l’immenso e il minimale, l’azione del tempo che trasforma e la perennità del suo esistere.
È stato scritto, giustamente, che nella visione di Basili c’e la sinopia della sua terra di origine, quella che ha sollecitato poeti ed artisti ad immaginare l’infinito; si può dire allora che quel paesaggio nell’astrazione della sua attuale visione non sia compreso? O non è vero piuttosto che quel paesaggio che egli rappresenta con il colore, ma anche con il gioco dei segni e la particolarità della composizione, non solo è visto ma anche posseduto ed offerto come “suo”?
Con tali scelte Basili ha voluto respirare a pieni polmoni la libertà che l’arte s’è conquistata nel corso del secolo appena concluso, e goderne in una condizione di totale autonomia.
In alcune sue composizioni che egli intitola Stripes il colore è disposto in bande diagonali così da ottenere un effetto cinetico ascensionale; una disposizione che sembra invitare a un’elevazione dell’animo. Si evince un’ intenzionalità espressa con motivazioni più che linguistiche psicologiche, che riguardano l’immaginario e l’habitat interiore. Come egli usa dire, dell’arte e delle sue rappresentazioni intende cercare l’anima. Ma è altresì vero che nelle opere più recenti si evidenzia, attraverso una materia-colore che si dispone a strati spessi e aggettanti, un desiderio di tattilità, un rilievo e una concretezza che invitano ad una vicinanza, a una “confidenza”, quasi a significare che l’opera non è solo visione, non solo immagine virtuale, ma anche corpo ed essere. Attraverso le serie Taches e Feedback, la riflessione giunge ancor più al segno ed introduce, indugiandovi con infinite varianti, il concetto di “relazione”: una dimensione esistenziale entro cui affiorano e convivono problematiche sociologiche oltre che morali.
Il colore, sempre più spesso e aggrumato, oltrepassa la sua ascendenza naturalistica per diventare voce e pensiero, grido alto e denuncia, esortazione e speranza.
Lucio Del Gobbo